MELVINS – BULLHEAD, MUSICA E ANARCHIA

introduzione
Ho deciso di buttare giù una piccola riflessione per festeggiare l’anno di vita del “nuovo” negozio e la bella amicizia creatasi con Sara e Maso di Taxi Driver. Questo non è un articolo di approfondimento sui Melvins, per questo vi consiglio di leggervi questo (https://www.tomorrowhittoday.it/2020/08/03/guida-essenziale-per-non-perdersi-nella-discografia-dei-melvins/) ma un modo per creare un po’ di dialogo con voi sull’annoso dilemma del “cos’è il punk” e cercare di non lasciar morire un genere musicale e un’attitudine su cui molti di noi hanno basato la propria vita, anche perché non c’è nulla da fare, si ascolta rap, si ascolta soul, blues o rock’n’roll ma non si ascolta punk, si è punk.

Bullhead, un disco nuovo di trent’anni

Chi ascolta punk, specialmente al giorno d’oggi, tende a creare una linea di demarcazione musicale molto specifica e piena di regole: tre accordi, tupatupa e chi più ne ha…
Queste regole che sembrano così ovvie e ben chiare nella testa di chi ascolta spesso, ma direi quasi sempre, non esistevano nelle menti di chi suonava i capolavori del genere. I Ramones non avevano la regola dei tre accordi (che oltretutto hanno infranto più volte durante la lunga carriera), loro sapevano suonare così, erano dei creativi senza cultura musicale che non avevano regole, a loro piacevano i Beach Boys. Gli Stooges non sono punk? I Flipper? I Flesh Eaters? Più indietro si va e meno regole interferiscono con la musica, solo creatività libera, nata per abbattere le regole e gli arzigogoli pomposi rock anni 70’. Ecco perché credo che ogni punk rocker debba avere tra i propri album Bullhead dei Melvins, il folle progetto sgangherato di Buzz Osborne, un punk con la passione dei riff dei Black Sabbath. Se nell’hardcore di andava sempre più veloci, sfociando col tempo nel thrash metal e oltre, i Melvins decisero di essere, almeno fino a quel momento, il gruppo più lento e pesante del mondo.

Poche cose sono punk come l’incedere zoppicante di Boris, pezzo d’apertura di Bullhead, più di 8 minuti che nel 1991 dovevano suonare come vero e proprio momento di rottura musicale che infatti, ancora oggi, in pochi hanno compreso. Doom metal suonato da ragazzetti strafumati? Può darsi, se vogliamo proprio dare una definizione questa è uno dei dischi che ha dato via allo Sludge, ma non siamo qui per recensire questo capolavoro ma per cercare di focalizzare un problema che alla lunga sta portando il punk ad un certo impoverimento, ossia la perdita di apertura mentale, chiamiamola anarchia musicale se vogliamo; un lento e costante impoverimento delle contaminazioni che rende ogni fotocopia meno vivida della precedente fino a ridurre quasi tutti i gruppi contemporanei (per carità, Small Thing, la mia band, compresi) in buffe caricature del passato. Mi piace citare sempre la mitica scena di Los Angeles degli inizi, in una serata potevi sentire gli Screamers ed i Germs, i Black Flag e gli X, poi sarebbero arrivati i Minutemen, i gruppi ispanici come Los Lobos, prima ancora le Go-go’s e tanto altro. Questo bagno di contaminazione, di band senza limiti di genere (sia sessuale che musicale) hanno dato vita ad uno dei momenti più intensi della storia della musica.

Ma torniamo ai Melvins, Roger Osborne AKA King Buzzo ha avuto l’ottimo back ground musicale di chi nel 77’ aveva solo 13 anni e poteva sfondarsi le orecchie con i “nuovi” Sex Pistols mentre si digerivano i mostri sacchi Black Sabbath. Da Lydon e soci il giovane Buzz prenderà l’attitudine canzona e ironica di cui spesso i metalli difettano quel genio folle che porterà la band a non dare mai ai fan ciò che vogliono. Dai Sabbath il giovane Buzzo andrà a scuola di riffologia, esasperando la lentezza del doom metal e ribassando le chitarre fino al limite del possibile. Una mente attenta ed illuminata insomma, capace di cogliere la bellezza del cambiamento e di non fossilizzarsi, creando il sound Boner records che influenzerà almeno tre generi negli anni a seguire: il grunge (con Cobain come fan devoto), lo Sludge e il Drone metal dei Sunn o))). Bullhead resterà sempre una delle punte di diamante di una band che avrà anche un’ottima epopea su major, un album che a me ricorda furgoni pieni di strumenti e fumo che avanzano lenti tra le date di tour improvvisati, sono fiero possessore della prima edizione in vinile ma mi piacerebbe avere anche la versione cd per sentirla durante i viaggi di ritorno serali dalla sala prove.

Ogni album ha il suo mood che può rendere un determinato momento più intenso e credo che questa sia una cosa da portarsi dentro ogni volta che si compra un disco o si scrive una canzone. Nel nostro piccolo, stiamo cercando di distruggere un po’ di confini mentali mischiando per esempio il reparto cd e non dividendolo per genere, veder andare via un cliente con i Chats ed i Blood incantation è per noi la più grande soddisfazione. In fondo sì, bastano tre accordi per cambiare il mondo, ma almeno facciamo sì che siano i “nostri” accordi e non quelli di chi è venuto prima, perché ad oggi Bullhead suona ancora fresco, vitale, sia orecchiabile che disturbante, possiamo dire lo stesso del punk?

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