Velvet Worm Studio

Continua la nostra analisi della prossima uscita di Flamingo Records, Upset Hopes dei Coconut Planters. Dopo aver parlato dell’aspetto grafico è doveroso soffermarci sulla registrazione del disco, per farlo abbiamo pensato di intervistare David Knezevich del Velvet Worm Studio, che ha curato molte delle uscite Flamingo.

Ciao David, raccontaci come ti è venuta la malsana idea di iniziare a registrare musica da solo e come funziona il Velvet Worm Studio.

Beh come più o meno tutto quello che è successo nella mia vita si è trattato di raccogliere pezzi di situazioni varie che mi circondavano e di legarli in qualche modo assieme con lo scotch, come quel detto orribile sui limoni e la limonata. Il mio è un piccolo home studio che nasce senza troppe pretese. Al momento di registrare la mia band abbiamo deciso di lasciar fare a me non tanto per spendere poco (ok si un po’ anche per quello, abbiamo dei gatti da mantenere) ma perché registrare è un’altra tappa del processo creativo e oggi è un settore molto più aperto a tutti che in passato. Per me rimane un divertimento comunque, non ho nemmeno una pagina sui social, quindi se mi cercate lasciate un bigliettino scritto a penna dai Flamingo e vi risponderò entro 30 giorni con le stesse modalità.

Come si sono svolte le registrazioni di Upset Hopes e come hai lavorato assieme ai Coconut?

I Coconut Planters sono i ragazzi che tutti vorrebbero in uno studio: arrivano puntuali, con i pezzi preparati a metronomo e si portano pure le birre da casa. Sono anche abbastanza comprensivi da accettare di farsi legare addosso un filo di rame per fare messa a terra ed eliminare un ronzio sulla chitarra (grazie Teo, sei un ottimo conduttore elettrico).

Adotti sempre lo stesso modus operandi o affronti diversamente ogni registrazione?

Una parte importante del lavoro consiste nell’attaccare e staccare cavetti apparentemente inutili (è quella che preferisco) e nell’aggiustare cose che non vanno. Per queste due è importante avere un iter preciso da seguire, ma per il resto è bello doversi confrontare ogni volta con esigenze diverse ed uniche. Ad esempio, sua grungitudine Paolo F. Alessi è arrivato con l’idea di utilizzare un barattolo pieno di bulloni come maracas e queste sono le situazioni che preferisco in assoluto.

Che consigli ti senti di dare alle band emergenti che vogliono registrare?

Non abbiate fretta nel dare la vostra musica in pasto ai social, perché oggi tutto emerge ed affonda nel giro di pochi minuti. Registrate prima una demo solo per voi stessi e non entrate in studio prima di aver discusso sulla direzione da prendere a livello di suoni, cori, assoli, intermezzi. Registrare è divertente (anche se può essere frustrante) ma rimane un supporto a quella che deve essere la dimensione primaria di una band, cioè quella live. Le registrazioni che vengono meglio sono quelle in cui si suona davanti al microfono come se si fosse davanti al pubblico. 

Quali sono i tuoi riferimenti nel campo della produzione e della registrazione?

Apprezzo molto il metodo Steve Albini, cioè quello di essere il più trasparente possibile. Alla fine chi ascolta un disco vuole sentire la band come se chiudendo gli occhi se la trovasse davanti che suona per lui. Più si aggiungono ritocchi e più questa immagine si scollega dalla realtà. Questo può essere ottimo per certe produzioni e spesso bisogna comunque trovare un compromesso, ma in generale preferisco la semplicità.

Lasciaci con i tuoi tre dischi preferiti.

Ti lascio invece tre dischi che nello stereo della mia macchina suonano da cani ma che ascolto sempre e conosco a memoria, a dimostrazione del fatto che a volte “è meglio male”, per citare il grande Mariottide:

no cash, run your pockets

morning glory, this is no time to sleep

the stupid stupid henchmen, carbombs are cool

bonus: hole dweller, flies the coop (perchè il dungeon synth ci sta sempre)

 

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